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venerdì 23 aprile 2010

CONTATTI

 

 

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Ieri, mentre sfrecciavo con la mia geppa sull'autostrada accaldata dalla tensione e dai primi raggi caldi di questa capricciosa primavera, mi è venuto spontaneo notare che a destra e sinistra, rombando come un fiume in piena, mi passavano accanto volti dei quali a malapena intravedevo la sagoma. Tornata a casa stanca, dopo una bella doccia, una passata di essenza di sandalo sulla pelle per inondarmi di fragranza rilassante,  indossata la  lunga veste di seta bluette, raccolti i capelli con un nastro color oro, a piedi nudi,  per agevolare l’apertura dei canalini di scarico,  sono scesa giù e mi sono acchiocciolata sul mio comodo divano per l'ora di meditazione quotidiana  " sgombra negatività". La faccio tutte le sere, mi serve a svuotare la mente dai pensieri inutili, l'aggressività  accumulata nei momenti topici della giornata, analizzare  razionalmente i risultati e soprattutto garantirmi una notte di beati sogni. Infatti, quando per qualche motivo estraneo al volere non riesco a farla, il sonno è tempestoso, ho degli incubi orrendi, le immagini della giornata mi diventano mostri che cercano di ingoiarmi o trasportarmi in antri bui, freddi, zeppi d’insetti che vengono a passeggiare sul mio corpo, una vera schifignezza, il solo pensarci ...brrr..... Sulle prime tutto sembrava funzionare al solito, la fragranza del sandalo arrivava alle mie narici, piano, piano inspirandola allentava la tensione al plesso solare, punto cruciale per me, vi accumulo i malumori ansiogeni della giornata, i pensieri si scavallavano dalla mente, come nuvolette sfumavano svuotandola. Sentivo salire dai piedi una sensazione di benefica estensione muscolare che stirava le rughette del viso, ridava luce all’occhio affumicato dal nervosismo, apriva il sorriso e pompava il mio sangue con un ritmo sincronizzato sulla dolce melodia gradita al cuore. In sostanza mi sembrava che il solito irradiamento d’energia positiva invadeva il mio essere predisponendolo al ristoro essenziale ad affrontare la notte con tranquillità in modo che sonno e sogni abbracciati avrebbero corso nell’etere magico senza quegli intoppi, “attira” visioni mostruose.  Diversamente, dopo un po’ nella mia mente scorrevano sagome confuse, nelle orecchie rimbombavano i ronzii dei suoni caotici dei motori, il mio corpo sussultava e vibrava scomposto dalla pressione di avvallamenti e cunette, negli occhi appariva e scompariva la lunga striscia nera dell’asfalto.  Ho cercato di estraniarmi e di concentrarmi su un punto bianco della parete per eliminare il disordine che m’impediva di sgombrare la mente e rilassarmi. Niente da fare.  Nonostante i miei sforzi, anche ricorrendo alla saggezza popolare di “chiodo, scaccia chiodo” invece che affievolirsi l’insieme di suoni e immagini, accumulati nel percorso autostradale, continuava a saltellare e come spiritello importuno rimbalzava incessante dal pavimento alla parete e viceversa.

Afferrato che non sarei riuscita nel mio intento di rimuovere il contenuto snervante di una lunga e movimentata giornata, mi sono chiesta il perché ero subissata da queste immagini e una strana sensazione aleggiava nell’aria pilotando la mia attenzione da un raccoglimento interiore a una riflessione cosciente. Nessuna risposta mi è sovvenuta, così ho abbandonato la mia aspirazione meditativa pro sonno beato e mi sono predisposta, senza riserve, ad accogliere l’intrusione percettiva. A  occhi  chiusi, respirando con cadenze lente e regolari, immobile ho lasciato che il frullio contorto che aleggiava sgorgasse libero e diventasse un messaggio rischiaratore delle mie perplessità.

All’inizio avvertivo solo un fastidio, poi, aspettando, la risposta è stata lampante.

Tutto quello scorrere di sagome informi fra rombi e luccichii metallici, apparentemente senza nessuna incidenza in realtà si era impresso con forza nel mio occhio e trasferito con il suo bagaglio nella memoria intuitiva senza una precisa volontà.  Semplicemente mentre mi sfrecciavano a destra e sinistra, mi ero posta il problema chi fossero tutti quegli esseri umani che non riuscivo a vedere, perché si trovavano in quel preciso momento li, quali pensieri li agitavano, che progetti, speranze macinavano, erano felici, oppressi, innamorati, delusi, in cerca di lavoro, in gita, in fuga, giovani, onesti, ladri, spacciatori, filosofi, soli o accompagnati ecc. Ponendomi tante domande involontariamente li avevo risucchiati nel mio inconscio immaginario, resi tangibili per poterne decifrarne l’aspetto, carpire l’umore, sofferenze, delusioni, sospiri, brame, rimuginii elucubrativi, oserei dire cercato con ogni mezzo di stabilire un contatto telepatico per meglio individuare sentimenti e azioni che li accomunasse con il mio snocciolare frettoloso su quel grigio asfalto.

Mi succede spesso, anzi comunemente, di lasciarmi trasportare dalla mia voglia di contatto umano e convertire un informe andirivieni in volti espressivi, in storie, in persone che hanno sentimenti profondi, affinità e bisogno di analogia. L’idea di lasciarle semplici sagome sfumate dalla velocità è qualcosa che mi sconcerta e mi trasmette sensazioni di rifiuto del mio essere a rimanere indifferente, mi spinge a interagire con il circostante e il prossimo in modo attivo.  In genere aborrisco la fuggevolezza, mi appare uno sminuire il valore degli esseri umani ridurli zombi viaggianti, un modo sbrigativo per eliminare i richiami empatici di conoscenza reciproca che varcano le porte dell’ordinario per entrare in quegli spazi metafisici di globale comunanza. Mi è chiaro che posso sembrare assurda, assai bislacca e rasentare la follia allucinata, tuttavia è insito in me questo modo di compenetrare poiché fin da bambina mi piaceva stare in mezzo alla folla per scrutarla, cogliere le sfumature celate dietro l’apparenza ostentata in pubblico.

Per farla breve ho compreso che erano troppi i visi che avevo cercato di intercettare mnemonicamente e troppe le cose negative che avevo captato in quella fiumana sfrecciante sotto un caldo sole primaverile, non potevo smaltirli in un’oretta di meditazione, in più li avevo assimilati così profondamente da penetrate nei miei sensi più di quanto avessi potuto fare standoci in contatto diretto, scambiando con loro una frase di convenienza o un sorriso veloce. Alcuni visi pur essendo anonimi dal punto di vista di nome o residenza nella proiezione immaginifica mi erano apparsi familiari, certuni più di quelli di amici o parenti, quasi come se ci avessi vissuto condividendo esperienze, giorni belli e grigi, desideri sentimenti per cui non avevo incrociato sfumature viaggianti su un lucido nastro d’asfalto ma energie pure.  

 

La prossima volta che mi troverò sola sull’autostrada tuttavia eviterò di mettere in moto la mia fantasia, lascerò che quelle sagome scorrano informi senza pormi domande, tanto le risposte sono supposizioni e non certezze concrete, appagano l’innato bisogno di contatto spirituale con i miei simili qualunque sia la loro condizione ma disturbano l’oretta serale di meditazione “sgombra negatività” che mi permette sonni beati tra le braccia di morfeo.

 

Al momento ho esorcizzato il tutto con queste parole:

 

Scorre la vita

Sul  nero asfalto

Ammorbidito

Da incandescenti

Raggi  solari

Solchi profondi

Balenii gommosi

Chiazze  indefinite

Adombrano

Il lucido nastro

Spezzano il filo

Blocchi enormi

Rotolano grignando

Bolle  colorate

Sfrecciano lampando

Movimenti balzellano

Fiumi  scoppiettanti

Nebbie

 Piogge

 Arsure

Scandiscono tempi

Ribaltano visuali

Accorciano vite

Cartocciano figure

Funesti giostrai

Allentano

 Stringono

Lasciano

 Prendono

Anime sensibili

 Piccanti desideri

Cieli metafisici

Specchi aperti

Rullii

  Riflessi

Sarabande

Volti sfumati

Occhi assonnati

Gambe grevi

Mani nervose

Lembi di terra nera

Serpeggi coseni

Mete caduche

Note stridenti

Girandole  fallaci

Frenesie

 Ebbrezze

Marce massacranti

Contatti della vita

Fugaci

Rotti da bagliore

 Fragore

Lamiere  luccicanti

Incoscienze torte

 Ossessive carambole

Contatti

 Sfiorati

In velocità smodate 

 

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la foto in alto è del principe ge-gè

mercoledì 10 marzo 2010

L'OROLOGIO QUADRATO

Copia di orolo 1.JPG

Per anni la strada ho divorato

Con l’occhio incollato

All’orologio quadrato

Ho viaggiato e viaggiato

Galoppato e sbarellato

Inferi sentieri traversato

Assediati da filo spinato

Ho visto e scrutato

Albe sbiadite e irrigidite

Cieli chiari e cieli infocati

Saltato pasti e ingozzato

Caffè bollenti e chiodi molesti

Ho visto e scrutato

Crepuscoli bruni e notti incavate

              Volti bianchi e volti  crucciati                 

Piedi scattanti e piedi bloccati

Con l’orologio quadrato

Incollato a lacrime e naso

Per anni la strada ho divorato

              Ho traversato anse e serpai             

Nebbie e veleni infiltrati

Quartieri sovrappopolati

Paesi con  muli sbandati

Ho visto e osservato

Sorrisi stirati e bimbi assonnati

Alberi verdi e alberi impalati

Tormente infide e afe sgobbate

Piagge rocciose e  lande nervose

Superato spaventi e sbandate

Grovigli di serpi e fiumi assetati

Venti furiosi ed esaltati curiosi 

Per anni la strada ho divorato

Con l’orologio quadrato

Incollato al cuore spezzato

Ho viaggiato e viaggiato

Oltrepassato oceani placati

Mari rabbiosi e deserti turbinosi

Campi  rigogliosi fiumi nebbiosi

Giardini infiorati e boschi festosi

Scorto anime squartate

Volti crudeli e ghigni piegati

Occhi lucenti e mani serrate

Per anni la strada ho divorato

Incollata al vetro sabbiato

Ho viaggiato e viaggiato

Col  mio orologio quadrato

HO scavalcato filo spinato

Violentato tempo e ragione

Ingozzato  polvere e  delusione

Domandato e imprecato

Vegliato e digiunato

Pianto  e defecato

Come un vecchio soldato

In trincea appostato

Con l’occhio incollato

Al nemico giurato

Inflessibile logorio d’un tempo

Comandato da travaglio e fiato

Avverso a soste e passioni

In nome d’un dovere esaltato

Da materno senso persuaso

Ho viaggiato e viaggiato

Col mio orologio quadrato

Volteggiato tra forre e precipizi

Varcato confini e pregiudizi

Sfidato  poteri e avventurieri

Cambiato stile amanti e pareri

Consumato  mille pensieri 

Con l’occhio incollato

Al mio orologio quadrato

Per  anni la strada ho divorato

Scorticando ogni illusione

Ho rotto  l’orologio quadrato

La    strada  mi ha divorato

 

 

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Non sono parole a caso, sono  la sintesi di un pezzo di vita reale d'una donnamadre. L'’orologio era l’ incubo giornaliero di  un lavoro dai modi e ritmi sfrenati lontano da casa

lunedì 30 novembre 2009

VETRINA

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Ultimamente, con la scusa che avevamo bisogno di un break , io e mia sorella  ci siamo concesse  un breve viaggetto, mentre giravamo per una delle  vie principali della città, già sfolgorante di luci e di invitanti acquisti prenatalizi, più che soffermarci sulle bellezze architettoniche  ci siamo sbizzarrite ad osservare il via vai della gente. Si recepiva che il loro andare era voglia di vedere le  novità, di scovare qualcosa di allettante  da acquistare.

Infatti, quasi tutti dopo aver sostato qualche po’ a guardare gli articoli esposti nelle vetrine, sbirciando i prezzi, peraltro impresa difficilissima,  entravano nei negozi e ne  uscivano  con colorati e griffati sacchetti di carta con l’aria felice e soddisfatta. Guardando qua e la ci siamo accorte che  davanti ad un negozio c’era la fila, pensando che fosse dovuto ai prezzi vantaggiosi abbiam convenuto d’approfittare. Arrivate davanti alla vetrina con qualche sbracciata, era tanto invitante che abbiam cercato i prezzi,oh, non c’era un prezzo visibile, se non con la lente d’ingrandimento. Perplesse siamo entrate, guarda qua, vedi la, palpa e controlla, mia sorella poi abituata a stare tra vetrini e microscopi è una pignola terribile,  sbalordite ci siamo rese conto che erano tutti “tarocchi”si,  griffe famose taroccate, vendute  a più non posso, il bello è che la gente “straniera” come noi sapeva, c’era venuta di proposito. Non ci siamo comprate nulla, nessuna delle due avrebbe avuto il coraggio di indossare o regalare un oggetto  falso.  Uscite dal negozio ridendo abbiam continuato a scrutare per vedere se c’era l’ombra di qualche negozietto dove trovare almeno un oggetto tipico da riportare come trofeo, neanche l’ombra, l’unica cosa tipica, in quella strada, erano solo i luoghi di ristoro.

Nel tornare a casa ci è venuto spontaneo fare qualche considerazione sociologica, qualche parallelo costrittivo imposto dalla vita,  tipo: un lavoro che  obbliga alla visibilità esterna ci rende merce. Di conseguenza ci costringe a vestirci, lustrarci, impacchettarci per farci apprezzare, a infilarci  dentro una bella lattina con tanto di etichettatura distinguibile da lontano se vogliamo che qualcuno  ci considera. Dobbiamo scotolarci e confezionarci secondo le tendenze. Si, dobbiamo essere “ trend “ nel gestire, nel sorridere e nel comunicare per essere ascoltate, non essere scavalcate, messe nel retrobottega. Dobbiamo  renderci involucri esteriori perfetti e appetibili per esistere. Non importa se siamo un cliché, un barattolo vuoto, una scatola senza contenuto, un pacchetto  di cartaccia, ciò che conta è essere commercialmente ratificate, approvate, riconosciute  degne di stare sullo scaffale della vetrina, spiaccicate  in mezzo a tanta altra merce che regola  il sistema.

Basta apparire un contenitore convincente per convincere che il contenuto vale.!!! 

Tutto questo sforzo, ovviamente costa sofferenza, fatica ed energie, grava spirito, mente e corpo,  accumula tanta rabbia repressa che può triturare e ingoiare mentre ci si adatta. Ci trasforma nello stereotipo efficiente privo di ariosa giocosità e libertà al pari degli oggetti taroccati,  in mostra dietro  lustri cristalli. Ormai  si apprezza la  vetrina, che sia rappresentata da uno stupido trono, una casa artificiosa, un siparietto domenicale dove qualunque baggianata dici diventi eroe, ti strapagano per mezz’ora di mutismo, fai quattro salti in “padella”  e voilà sei un mito, un immagine sacra da portare in processione da una rivista ad un'altra, da una discoteca a un calendario. E il resto? Il resto non conta.....

Ogni tanto qualcuno scoppia, non resiste più e allora grida:

 

Vita, vita, vita

dove m’hai sbalzata?

In vetrina

mi sento schiacciata

Apri

maledetta

la porta barrata

Fammi uscire

nel reame incantato

Dove

io possa giocare

beata

Abbandonarmi

all’abbraccio assolato

Altalenar

sulla falce  lunata

Vagabondar

fra grattacieli e piedi

Dormire

vinghiata  al marciapiede

Destarmi

ammaccata da pedata

Vita, vita, vita

sii generosa

Spalanca la porta

vetrosa

Lascia ch’io vada

leggera

Danzi e volteggi

rotoli sudata

tra i fili

ingarbugliati della strada

Vita, vita, vita

in  vetrina  mi sento stretta

Rompi i vetri

maledetta!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sabato 29 agosto 2009

Simbiosi

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I legami d'amore e d'amicizia profondi  sono una perfetta simbiosi come  l'incontro fra quest'ape e la margherita. Rimangono  indistruttibili quando si alimentano vicendevolmente, non prevale, in uno dei due, egoismo e possessività  e per dirla con Karhil Gibran:
"nel piacere si distingue ciò che è bene da ciò che non è bene "
 "Basta girovagare  fra i campi e i giardini e si impara che è piacere dell'ape raccogliere miele dai fiori, ma è anche piacere del fiore cedere miele all'ape. Per l'ape infatti il fiore è fontana di vita, e per il fiore l'ape è messaggero d'amore, e per entrambi, ape e fiore, dare e ricevere è piacere e necessità ed estasi. Siate nei vostri piaceri come i fiori e le api. "
 
La bellissima foto è un connubio delicato e al tempo stesso appassionato tra due nature diverse, una vegetale e una animale.  Osservandola mi emoziona per la  complicità che trasmette.   Mi  fa riflettere  quanto sia  semplice per questi due "esseri" intendersi e   scambiarsi un reciproco favore, senza perdere leggerezza e armonia; quanto invece fra esseri umani è complicato, pesante  ed a volte impossibile intendersi, collaborare  e scambiarsi un minimo di favore!
E'stata scattata ed appartiene a Gegè

lunedì 15 giugno 2009

TEST DEL PUNTO

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C’è un test molto in voga nei party di certi ambienti che è  divertente, rapido ed efficace per scoprire, a grandi linee, com’è una persona.  Il test l’ha ideato una simpatica e ieratica signora di Pretoria,  Lucy T. appassionata studiosa di simbologia. Ho avuto il piacere di conoscerla, ad una festa, durante un soggiorno a casa   di una mia amica che abita a Johannesburg. Basta un foglio bianco, una scatola di matite colorate, chiedere, a chi ci interessa scoprire che tipo è, di tracciare un punto sul foglio e il gioco è fatto. Senza esserne cosciente, chi traccia il punto, fornisce un mucchio di informazioni di com’è realmente. Per avere un quadro più specifico, il test si amplia chiedendo di tracciare un segmento, una forma, una vocale, una consonante e un numero, però uno alla volta in forma consecutiva altrimenti il responso del test è meno efficace.( E’ cosi  ma non ho afferrato il meccanismo  che fa la differenza)  Ciò che si ricava  dal grafico è veramente sorprendente.  In più occasioni l’ho sperimentato e verificato. All’inizio  ho sottoposto il test a tutte le persone che conoscevo bene, poi a persone che conoscevo solo superficialmente, in ultimo a quelle che incontravo per la prima volta. Proprio da quest’ultime mi è arrivata la conferma quanto un banale gioco inventato per animare gli ospiti e ravvivare una festa può trasformarsi in una fonte di dati che lascia stupiti. Naturalmente ho assimilato una certa pratica  attraverso le spiegazioni di  Lucy con la quale sono in contatto. Adesso me la cavo quanto basta a soddisfare la mia e l’altrui curiosità, in qualche caso sfrutto il test a fini professionali, ossia per chiarire certe percezioni contraddittorie che avverto in una persona ma non riesco a  tramutarle in dati oggettivi.   

Specificatamente i dati sui quali si elabora il  test  sono:

1- Il colore. Informa sull’indole e le  reazioni emotive

2- Il punto. E’ il cardine del test., mette in luce l’ego, l’equilibrio, le aspirazioni, l’affidabilità, l'energia.

 Questi indizi sono già sufficienti per farsi un’idea sintetica della persona senza possibilità di dubbi.  Con gli altri simboli l’analisi del test diventa più chiara e completa poiché si arricchisce di dettagli e sfumature preziose.  

Sostanzialmente in breve:

3-Il segmento. Determina la proiezione temporale.

4- La forma. Mostra gli obiettivi e il modo d’agire per realizzarli

5-La vocale. Esprime il tipo d’intelligenza, la sensibilità e  la passionalità.

6- La consonante. Indica gli stimoli e le motivazioni alle quali la persona è recettiva, i tabù ereditati.

7- Il numero. Individua le capacità espressive, il campo nel quale è abile,  i difetti principali specie se è composto da più cifre.

Chiaramente non posso specificare in questo post  come si arriva  a formulare il responso del test perché  dovrei scrivere pagine e pagine, finendo per confondere le idee. Comunque gli addetti ai lavori, se non lo conoscono, sono in grado di decifrarlo e utilizzarlo.

Il grafico sopra è un esempio. In breve ecco cosa si deduce: Persona estroversa, socievole, magnetica, indipendente. Ama la verità e la libertà. Energica e vivace.  Incondizionabile, analitica e fredda si assume le responsabilità ma tende a strafare. Sensibile e protettiva verso i deboli, severa con se stessa. Cerebrale, versatile, aperta alle novità senza pregiudizi. Credente. Aspira ad elevarsi ed evolversi spiritualmente ma non disdegna gli aspetti materiali della vita Equilibrata, imparziale e leale. Volubile e un po' narcisista. Sensuale e infedele. Le piace il mare e il vento. Esteta e perfezionista. Sa controllare i lati aggressivi ma se ha un obiettivo lo persegue con caparbietà. Saggia e affidabile. Non ha complessi. Detesta la prepotenza i ricordi, la superficialità e l'avidità.  Ha talento per la filosofia, la giurisprudenza, l'investigazione. Ha ereditato il senso della famiglia, l'ordine e l'amore eccessivo verso i figli. Difficilmente si confida e si appoggia sugli altri.

 

lunedì 4 maggio 2009

" L'OLMA "

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Ieri era una di quelle giornate in cui avevo necessità d'introspezione, di scavare nel mio profondo attraverso gli occhi della natura per sbarazzarmi di cose obsolete, rinnovarmi in spirito e materia. Così son salita sulla mia geppa e son partita senza una meta, dentro di me sapevo che il caso mi avrebbe guidato nel luogo della bisogna. Sotto la spinta sibillina che covava in me, ho preso l'autostrada, a Carpi l'ho abbandonata. Senza guardare le indicazioni dei paesi alla prima biforcazione ho svoltato a destra. Ad un certo punto noto l'indicazione "OLMA " d'istinto percepisco che quella era la mia meta, senza pensarci due volte svolto nella stradina laterale, percorro circa 2 Km in un silenzio surreale,  quel silenzio che riserva il meriggio di festa assolato in aperta campagna, nel quale gli unici suoni che arrivano sono il ronzio delle api che vagano fra le margherite per succhiare il nettare, il fruscio delle ali di farfalle e calabroni che svolazzano festosi, il frinire di qualche grillo solitario in cerca di compagnia. Il luogo ideale per stare con se stessi, camminare fra i campi lasciandosi avvolgere dalle benefiche vibrazioni emesse dai toni di verdi, assorbire l'umore della solida terra,  olma2.jpgmentre si pensa ai fatti propri, per non lasciarsi fuorviare da astrazioni inconcludenti, godere, dopo quattro giorni di pioggia, del calore corroborante del sole. Mentre scruto cercando uno spiazzo per parcheggiare la geppa, all'improvviso la vedo, alta, maestosa, enorme nell'aia d'un casolare l'OLMA  sovrasta la pianura che la contorna come una grande madre ancestrale, protettiva e al tempo stessa severa, l'emozione che si prova guardandola è difficile da descrivere, è come se un sogno si materializzasse nel momento che non aspetti. Un cartello spiega che è un esemplare secolare, monumento nazionale protetto dal WWF della specie ULMUS CARPINIFOLIA o CAMPESTRIS. Intimorita da tanta maestosità mi avvicino, le giro intorno, cerco di abbracciarla per assorbire calore e suoni chiusi in lei, il tronco è enorme, da soli non si riesce a circondarlo, allora mi siedo ai suoi piedi, poggio la schiena sulle radici contorte, alzo gli occhi per ammirare la sua immensa chioma ricoperta da giovani foglie d' un verde smagliante e afferro il messaggio. Questa volta non era necessario che maciullassi le meningi, il messaggio era chiaro dovevo stare solo un po'  sotto la grande OLMA, bastava ascoltare i suoni delle mie "cavità interiori", rinnovare le mie frondi senza sbarazzarmi di nulla, dovevo lasciare che le vecchie foglie cadessero da sole,  a mano a mano  gemme nuove spuntavano innovando e vivificando la mia "vecchia" struttura. Sono rimasta lì 2 ore, senza un pensiero preciso, ho lasciato che tempo e spirito fluissero finchè ho avvertito che il "tumulto" bioritmico diventava una piacevole sensazione di freschezza e vitalità che riconciliava le mie frastagliate sensazioni di metamorfosi. Dopo aver ringraziato la generosa  Olma per avermi ospitato e consigliato, mi sono diretta in paese, volevo sapere qualcosa in più sull'olmo secolare e sfamare lo stomaco che brontolava. Al bar del paese tutti conoscevano la storia centenaria, una storia bella e romantica che cercherò di sintetizzare:

" L'OLMA "è un esemplare secolare di olmo chiamato al femminile dagli abitanti del paese per la sua regale generosità nel donare ogni anno  foraggio, frutti e fascine. Un brutto giorno alcuni abitanti della Valle d'AOSTA per gelosia scesero giù e lo tagliarono a metà, volevano che il loro OLMO BIANCO non avesse concorrenti, che fosse il più grande. Ma in una notte di luna piena l'OLMA ricrebbe come prima, l'indomani si sradicò, partì infuriata per la Valle d'Aosta, voleva vendicarsi. Trovò l'Olmo Bianco, ingaggiò una lotta furiosa finchè lo battè. A fine combattimento stremata dallo sforzo guardando l'Olmo Bianco mal ridotto si innamorò, fece la pace e decise di sposarlo. Il giorno dopo si unirono in matrimonio. Dopo una notte d'amore infocata i due olmi innamorati stabilirono che ognuno avrebbe vissuto nel proprio paese per non dare un dolore agli abitanti. A testimonianza del loro amore nacque l'Olmo Campestre che attualmente forma la zona verde della scuola del paese."

 Proprio una storia romantica!  Ho passato un pomeriggio fantastico e pieno di intense emozioni. Ho saputo che anche l'OLMO BIANCO vive ed è un'altro esemplare di monumento secolare della natura protetto dal WWF, spero un giorno di passare da quelle parti per portargli i saluti dell'OLMA.

venerdì 27 marzo 2009

QUATTRO FURBETTE DI PERIFERIA

Per un caso fortuito, evito di raccontarlo per non tediarvi, alcuni giorni fa mi son trovata a far parte di un gruppo completamente diverso dalla mia realtà. L'innato spirito anticonvenzionale, a dire il vero accentuato negli anni dalla professione svolta, mi ha permesso di relazionarmi senza pregiudizi, d'impostare un dialogo che andava ben aldilà del buongiorno con quattro ragazze piuttosto appariscenti, per intenderci ragazze che fino allora avevo visto dal parrucchiere sfogliando le pagine patinate di qualche rivista di gossip. Riconosco che dal punto di vista umano mi hanno sorpreso, mi ero fatta l'idea che ragazze simili erano forti, sicure di se, felici e fortunate, invece colloquiando in forma confidenziale con loro, ho riscontrato che hanno un sacco di fisime, vivono perennemente in ansia,  hanno la sindrome dell'oscuramento, vagano da un posto all'altro al solo fine di esserci, comunque ragazze determinatissime a sfruttare la loro proprietà privata. Di sicuro fanno una vita stressante, per niente libera, ossessiva e ossessionata da tutta una serie di considerazioni che riguardano lo stare in vetrina, come capi d'abbigliamento che passano di moda in fretta e finiscono in soffitta nel fondo di polverosi bauli. La cosa che mi ha impressionato è come parlano del loro corpo, sembra di ascoltare uno scaltro architetto mentre illustra come in un progetto volumi e masse diversamente distribuiti trasformano una insignificante casa in una splendida villa, come specchi e pareti mobili un monolocale in trilocale. Ecco queste ragazze mi sono apparse delle furbette che hanno trasformato il loro quartierino di periferia in attico del centro storico aumentando notevolmente il valore patrimoniale. Tutte avevano calcolato linee, masse e volumi, trasformando il misero terrazzino in ampio balcone, la parte retro in ampio giardino, ridisegnato l'ala est e ovest per aggiustare il profilo, chiuso finestre, verniciato, smerigliato, ingrossato, l'unico tabù rimasto alzare un piano per vedere gli altri dall'alto, per altro supplito da trampoli vertiginosi. A guardarle il risultato era eccellente, in più davano l'impressione che la loro impresa andava a gonfie vele, non risentiva della recessione. Allora ho associato il loro modo di gestirsi all'idea del piano casa, che da un po' circola in quasi tutte le bocche, in un baleno ho compreso che ci vuole la stessa strategia per salvare capra e cavoli, portare vantaggi all'economia rilanciando il consumo senza deturpare e impegnare nuovi territori. Il risultato sarà pari a quello delle quattro ragazze se ognuno potrà sbizzarrirsi a migliorare aggiungendo qualche volume al bene posseduto, ingengnandosi a trovare soluzioni estetiche entro il suo recinto e se il tabù insuperabile delle quattro ragazze non sarà ovviato da quattro furbetti con trampoli da vertigini. Davvero interessanti le ragazze belloccie, adesso quando sfoglio una rivista, se vedo il loro volto penso a quanto poverine si stressano per mantenere la loro quotazione abitativa con la concorrenza che gira.  In fondo una casa per non perdere di valore ha bisogno di continua manutenzione e questo costa  sacrifici, o no !

domenica 22 marzo 2009

UN GIRO IN PIAZZA

Ieri mattina mentre ancora arruffata di sonno cercavo di mettere in fila i pensieri per organizzare la giornata, uno squillo di campanello mi ha creato panico. Chi sarà a quest'ora, apro o faccio finta di non essere in casa? ho pensato, visto che ero in vestaglia e ciabatte. Poi , spiando dalla finestra ho visto la russa, una vicina di casa alta, bella  e bionda, insieme a quella della casa accanto, una tipa striminzita e spigolosa, già agghindate. Cosa ci fanno ste due insieme che non si sopportano! Incuriosita mi sono affacciata per sentire che novità portavano. Dai pigrona, mi fa la russa, vieni con noi a fare un giro in piazza, andiamo a vedere se al mercato troviamo qualcosa di carino, festeggiamo la primavera e facciamo quattro chiacchiere. Veramente andare in piazza era l'ultimo dei miei desideri ma presa alla sprovvista ho risposto: vengo se avete la pazienza di aspettare, in tanto salite su. Di certo non volevo uscire con loro che hanno 10 anni in meno senza essermi tirata un po' su. Finito il restauro sono scesa a recuperarle annunciando che avrei preso la mia auto tanto ch'erano lì, in realtà non mi fido di loro, una è spericolata e l'altra sbadata, sarei arrivata in piazza con i nervi tesi, meglio di no. Quando siamo approdate al mercato c'era già un gran  via vai di gente, soprattutto donne, intorno alle bancarelle una calca che non si vedeva un accidenti. Dopo un'oretta di strattoni stanche e stufe di girare senza vedere nulla  abbiam deciso di andare al bar sotto i portici a prenderci un bel cappuccio bollente, una scusa per sederci. Mentre ciarlavamo beate, l'occhio ci è caduto su uno strano tipo seduto sullo scalino della vetrina di fronte, porgeva un bigliettino a chi gli passava accanto. La vicina striminzita incuriosita ha iniziato a fare delle congetture: darà i numeri del lotto, farà della pubblicità....intanto la russa con un balzo felino si era avvicinata per prendere un fogliettino , almeno avremmo saputo... Tornata a sedersi è scoppiata in una fragorosa risata che ci ha attirato addosso tutti gli occhi del bar, non la finiva più di ridere, non capivamo un accidenti. Gli ho tolto di mano il fogliettino per capire, c'era scritto un numero di cellulare e sotto la frase: NO carità, un SMS di solidarietà! Veramente più che ridere c'era da riflettere, cosa significava?Al mio solito volevo comprendere bene, così mi sono avvicinata allo strano uomo, ho preso il biglietto che m'allungava in silenzio, poi con l'aria tonta le ho detto: non capisco perchè ti stai congelando per distribuire sti foglietti. Prima mi ha scrutato ben bene, poi mi ha risposto: di certo non sei una volpe se mi fai una domanda così stupida, non vedi il numero, devi mandare un SMS! A chi?ho ribattuto Tu mandalo,avrai gratitudine e potrai guadagnarti il paradiso!  Non ho mollato l'osso, a favore di chi lo mando? Scuotendo la testa mi ha risposto: che t'importa? tu invia un sms qualche pancia la riempi di sicuro, di questi tempi ognuno deve ingegnarsi come può! In che modo, non capisco? Dai, non puoi essere tanto cretina, ma formando una catena solidale, come altro sennò! Allibita sono tornata dalle mie vicine che intanto stavano cianciando con due tipi niente male. Allora ho chiesto cosa si fa ? Si va o no! è l'ora di fare il pranzo. Mentre cucinavo le pennette al limone riflettevo che l'idea di quel giro in piazza era stata proprio buona, mi aveva confermato che i vicini sono più utili di quel che si pensa e che la mia vicina russa è proprio un'astuta, rideva a crepapelle perchè al volo aveva capito che ormai la tecnologia l'usano tutti. In che modo e per quali scopi resta un mistero.